
LE FASI LUNARI INTERIORI – L’ANIMA CHE CAMBIA FORMA
In questi giorni dedico molto tempo ai social perché c’è ancora un’ondata di grande interesse per i contenuti del festival, e ho notato che un mio breve reel sulla luna piena è stato il più apprezzato dei miei reel, e mi sono chiesta ( la vergine deve analizzare sempre tutto) perché mai la luna avesse calamitato tanta attenzione; del resto, è l’astro delle emozioni, dei sogni, della madre, il più cantato dai poeti; cos ho pensato di scrivere ancora sulla pallida luna che diventa anche rossa, talora…
Vi è una saggezza antica, ciclica, silenziosa, che abita ogni essere umano e che la modernità ha reso sempre più difficile da ascoltare: è la sapienza lunare. La Luna, nel suo moto perpetuo tra luce e ombra, ci ricorda che l’identità non è stabile, che il sentire si muove come marea e che il cuore umano, proprio come il cielo notturno, conosce stagioni interiori che non sempre coincidono con l’esterno. Ma nel mondo che ci vuole sempre lineari, coerenti, funzionali e produttivi, c’è poco spazio per onorare la nostra natura lunare, che è invece fatta di mutamento, ritiro, traboccamento, dissoluzione.
Platone, nel Timeo, associa la Luna all’anima mortale, e ne fa la portatrice del tempo interiore, del divenire. Hillman, secoli più tardi, parla della Luna come di un archetipo della “psiche vegetale”, che non procede per scatti logici, ma per metamorfosi emotive. Eppure, quanto poco ascoltiamo i nostri stati lunari? Quante volte, nella vita, ci siamo chiesti: “Perché oggi non riesco a uscire dalla mia tana?”, senza sapere che stavamo attraversando, dentro, la nostra personale Luna Nera?
La Luna Nuova è il tempo del grembo, del buio fecondo, dell’intuizione non ancora parola. È il momento in cui si percepisce che qualcosa sta nascendo ma non ha ancora forma: è come l’idea prima della visione, la radice prima dello stelo. Nella Luna Nuova l’anima non brilla, ma pulsa. Si ritira, e nel silenzio prepara. È l’archetipo del sogno profondo. E come scrive Gaston Bachelard: “Nel fondo dell’anima non c’è la logica, ma l’immagine che ci abita.”
Il Primo Quarto è il momento della spinta in avanti, del conflitto tra ciò che vorrebbe restare dentro e ciò che anela a manifestarsi. È il gesto, la decisione, l’inizio di una forma. Qui l’anima si confronta con l’ostacolo, che spesso non è il mondo, ma la nostra paura di esporci. È l’archetipo dell’attrito, della lotta necessaria alla nascita.
La Luna Piena è l’apice. La visibilità, la sovraesposizione, la rivelazione. Tutto in noi è acceso, pieno, traboccante. Ma proprio come accade alla Luna, che nella sua pienezza è già pronta al declino, anche noi, nel momento di massima luce, possiamo sentire una strana nostalgia. Il ciclo si compie, ma nulla resta immobile. Come scriveva Tagore: “La Luna è più bella quando comincia a calare, perché ci ricorda che la bellezza è nel passaggio, non nel possesso.”
L’Ultimo Quarto è l’archetipo del distacco. L’anima si svuota, si separa, si libera. Non sempre lo fa senza dolore. Ma è un dolore necessario, perché prepara al rientro nel silenzio creativo. È il tempo del lasciare andare ciò che non serve più, del raccogliere ciò che resta, del riconoscere ciò che è stato e ciò che non sarà più. È la fase della saggezza malinconica, quella che conosce il valore della fine.
Ogni ciclo lunare ci attraversa. A volte in un solo mese, a volte in un anno, a volte in un’intera fase della vita. L’errore è pensare che dobbiamo sempre essere in Luna Piena: carichi, sociali, produttivi, ispirati, fertili. Ma è proprio quando non rispettiamo il nostro buio che ci ammaliamo. È quando neghiamo l’Ultimo Quarto che ci attacchiamo a relazioni finite, a lavori svuotati, a immagini di noi che non esistono più.
La vera guarigione, oggi, passa dal riconoscere la propria ciclicità. E questo vale per le donne, da sempre associate al ritmo lunare, ma anche per gli uomini, che della Luna sono stati spesso separati per cultura, ma non per natura. Ogni anima ha dentro di sé un satellite, un volto notturno, una danza emotiva che non risponde alla logica, ma al sentire.
Come scrive Clarissa Pinkola Estés: “Non siamo fatti per brillare sempre, ma per scomparire e ricomparire. Come fa la Luna. Come fa l’anima.”
E forse oggi, nel tempo delle luci artificiali, della pressione continua a essere qualcosa per gli altri, la vera rivoluzione è proprio questa: imparare a riconoscere in sé la notte. E a farle spazio.


