
Uomini e topi
Ho scelto come titolo *Uomini e topi*, prendendolo in prestito dal celebre romanzo di John Steinbeck, perché in quelle pagine la fragilità dell’essere umano emerge soprattutto quando viene meno la relazione con gli altri e, insieme a essa, la possibilità di sentirsi parte di una storia. A un certo punto Crooks, uno dei personaggi più soli del romanzo, pronuncia una frase di disarmante semplicità: «A guy needs somebody to be near him. A guy goes nuts if he ain’t got nobody»; un uomo ha bisogno di qualcuno accanto, perché senza nessuno finisce per impazzire.
È una frase che sembra aprire naturalmente il racconto di Universe 25, l’esperimento evocato dal filosofo della scienza Riccardo Azzali e condotto, a partire dalla fine degli anni Sessanta, dall’etologo statunitense John B. Calhoun. Lo studioso costruì una sorta di paradiso artificiale per una colonia di topi: nessun predatore, nessuna scarsità, acqua e cibo sempre disponibili, ambienti puliti e luoghi confortevoli nei quali riposare, accoppiarsi e allevare i piccoli.
All’inizio tutto sembrò funzionare magnificamente; la popolazione aumentò rapidamente e quel piccolo mondo protetto parve realizzare l’antico sogno di un’esistenza liberata dalla fame, dalla paura e dalla lotta per la sopravvivenza. I topi arrivarono a essere circa 2.200, sebbene l’ambiente fosse stato progettato per ospitarne molti di più, poi l’ordine sociale cominciò a deteriorarsi: alcune femmine abbandonarono i piccoli, certi maschi divennero aggressivi, altri si sottrassero completamente alla vita collettiva e all’accoppiamento.
Comparvero infine quelli che Calhoun chiamò “the beautiful ones”, individui fisicamente intatti che trascorrevano le giornate mangiando, dormendo e occupandosi ossessivamente del proprio pelo; non esploravano, non corteggiavano, non difendevano un territorio, non sembravano più interessati a partecipare alla vita della colonia. Avevano conservato la forma della vita, ma ne avevano perduto il desiderio.
La riproduzione cessò e la colonia si avviò verso l’estinzione, benché continuassero a essere disponibili tutte le risorse necessarie alla sopravvivenza. Universe 25 non dimostra che il benessere sia pericoloso, né autorizza a trasferire automaticamente il comportamento dei topi alla società umana; mostra però quanto il semplice soddisfacimento dei bisogni materiali non basti a produrre vitalità, soprattutto quando si spezzano le relazioni, i ruoli e la possibilità di incidere creativamente sull’ambiente.
Letto attraverso il linguaggio astrologico, questo esperimento conduce a una riflessione che considero fondamentale: forse abbiamo commesso un errore chiamando “negativi” il quadrato, l’opposizione, il semiquadrato e il sesquiquadrato, come se la tensione fra due pianeti fosse necessariamente un difetto del tema natale o l’annuncio di qualcosa che sarebbe stato preferibile evitare.
La distinzione tradizionale fra aspetti armonici e dissonanti può essere utile dal punto di vista tecnico, ma diventa ingannevole quando si trasforma nella contrapposizione fra bene e male; un trigono può indicare una qualità che fluisce spontaneamente, tuttavia proprio questa facilità può renderla inconsapevole, lasciandola inutilizzata come una stanza splendida nella quale nessuno ha mai pensato di entrare. Un quadrato, al contrario, interrompe la quiete e obbliga due funzioni della personalità a confrontarsi, producendo quella frizione dalla quale può nascere una possibilità nuova.
La scintilla si accende quando due pietre si urtano; allo stesso modo, molte delle nostre risorse emergono nel momento in cui la realtà oppone una resistenza ai desideri, costringendoci a cercare una strada che ancora non conosciamo. Questo non significa attribuire al dolore un valore morale o spirituale, perché la sofferenza non rende automaticamente migliori e non costituisce il prezzo da pagare per meritare la felicità.
Non siamo nati per soffrire; siamo nati per muoverci, trasformarci e partecipare alla costruzione della nostra esistenza. Il dolore può accompagnare alcuni passaggi, ma ciò di cui la vita sembra avere davvero bisogno è una differenza di potenziale: qualcosa da comprendere, una distanza da attraversare, un limite contro il quale misurarsi e una domanda capace di rimettere in circolo l’intelligenza e il desiderio.
Gli aspetti dissonanti del tema natale rappresentano spesso questi luoghi di maggiore pressione e creatività; sono i punti nei quali non possiamo limitarci a ripetere ciò che abbiamo ereditato, perché la vita ci chiede di elaborare una risposta personale. Il quadrato pone un problema che reclama sviluppo, mentre l’opposizione porta davanti ai nostri occhi un altro polo della realtà, obbligandoci a riconoscere ciò che avevamo escluso o proiettato altrove.
Anche i transiti considerati difficili svolgono una funzione analoga: Saturno restringe il campo e rende visibili le strutture che non reggono più; Urano spezza una forma diventata troppo stretta; Nettuno dissolve certezze alle quali avevamo attribuito un valore assoluto; Plutone conduce nelle profondità in cui le vecchie identità perdono potere. Questi passaggi possono essere faticosi e talvolta dolorosi, ma non sono punizioni celesti: sono momenti nei quali ciò che si era immobilizzato viene nuovamente costretto a muoversi.
Naturalmente non dobbiamo desiderare sciagure per sentirci vivi, né trasformare le ferite in medaglie spirituali; possiamo però smettere di immaginare la felicità come una condizione assoluta di beneficio. Che cosa accadrebbe all’intelligenza se non incontrasse più alcun enigma? Che cosa resterebbe del coraggio se non esistesse nulla da attraversare? E che cosa diventerebbe il desiderio in un mondo nel quale tutto fosse immediatamente disponibile, senza distanza, attesa o conquista?
L’esperimento di Calhoun ci offre allora un’immagine potente della differenza fra sopravvivere e vivere, fra essere nutriti ed essere coinvolti nell’esistenza. Forse è proprio questo che gli aspetti dissonanti custodiscono nel nostro cielo: non la condanna a soffrire, ma la tensione necessaria a impedire che la coscienza si addormenti dentro la propria comodità.




1 Comment
Bellissima articolo. Senza integrare l’ombra non si cresce, senza fatica non c’e’ creazione. Andiamo sempre di piu’ inconsciamente in questa direzione e cerchiamo conferme invece di metterci in discussione. Grazie per portare alla nostra consapevolezza le tue profonde riflessioni.