Contro il culto astrologico della ferita, da Seneca ad Alda Merini
Vi è una soglia sottile oltre la quale la ricerca spirituale non libera più l’anima, ma la trattiene, accade a mio avviso quando l’indagine sul dolore diventa un’abitudine, quando il passato non è più una radice da comprendere ma una caverna da abitare; è proprio in quella fase che l’astrologia, invece di aprire il cielo, rischia di trasformarsi in un lungo corridoio sotterraneo dove il soggetto torna sempre alla stessa domanda: da dove viene il mio male?
L’astrogenealogia, la lettura karmica, Chirone, i nodi lunari, le memorie familiari e le ferite dell’infanzia sono strumenti preziosi quando aiutano a dare forma a ciò che era rimasto oscuro. Possono indicare una trama, mostrare la continuità invisibile fra la storia personale e quella della stirpe, suggerire che nulla nasce dal nulla e che l’anima porta con sé fili più antichi della propria biografia, ma ogni strumento spirituale diventa pericoloso quando smette di servire la liberazione e comincia a servire l’ossessione.
Oggi molte persone non cercano più soltanto il senso del dolore. Cercano il dolore stesso, come se nella ferita fosse nascosta una nobiltà superiore, come se soffrire rendesse automaticamente più profondi, più autentici, più evoluti e quindi si scava nella linea materna e paterna, nel karma, nelle vite precedenti, nel bambino interiore, nella casa quarta, in Chirone, in Plutone, nella Luna lesa, fino a costruire una specie di altare della lesione. Ogni simbolo viene convocato per testimoniare una mancanza e ogni pianeta deve dire chi ci ha ferito, gli aspetti geometrici del tema devono confermare che il male aveva una causa remota.
Eppure Seneca, con una chiarezza che sembra ancora più necessaria nel nostro tempo, ricordava che per essere felici bisogna liberarsi da due catene: il timore di un male futuro e il ricordo di un male passato. In questa frase non vi è superficialità, né rimozione del dolore bensì una sapienza più alta: l’anima non può vivere se viene continuamente trascinata tra ciò che è stato e ciò che potrebbe accadere perché il passato, quando diventa culto, non insegna più anzi incatena, mentre Il futuro, se diventa paura non orienta più bensì paralizza.
La felicità non consiste nel negare la ferita, ma nel togliere alla ferita il diritto di governare tutta la vita e questo vale anche in astrologia: l’eccesso di attenzione a Chirone degli studi astrologici di questi ultimi anni mi preoccupa, l’asteroide non è il patrono dell’autocommiserazione spirituale ma il luogo in cui semmai il dolore può diventare medicina, ma perché ciò accada bisogna smettere di contemplare la piaga come se fosse un’identità. Si perde, a vantaggio dei like, l’insegnamento di questo piccolo corpo celeste: il maestro ferito non resta maestro perché soffre, ma perché dalla sofferenza ha estratto una conoscenza capace di servire la vita.
Anche il karma, se frainteso, diventa una prigione sottile. Invece di indicare una legge di coscienza, responsabilità e trasformazione, viene talvolta usato come una sentenza: soffro perché devo espiare, subisco perché porto colpe antiche, non riesco ad amare perché una memoria remota mi precede ma state in guardia da questo procedimento mentale, una spiritualità che produce solo colpa non è elevazione ma diventa solo un tribunale invisibile. Il karma autentico non dovrebbe chiudere il presente dentro una condanna, ma restituire all’individuo la possibilità di scegliere diversamente, ed è la lezione che ho appreso in India, dove il passaggio fra vite è visto come un ‘immensa possibilità non un luogo di espiazione; abbiamo messo inferno e purgatorio in salsa new age orientaleggiante, e perso il significato profondo di questa spiritualità, a tal proposito andatevi a edere il seminario sul karma di lama Daziel sul mio canale: https://youtu.be/ooCMp1PNUFc
Lo stesso accade con l’astrogenealogia. Guardare agli antenati può essere un atto di pietà e di conoscenza ed è indubbio che le famiglie abbiano memorie che diventano destino ma la stirpe non deve diventare più forte dell’anima perché le radici nutrono l’albero, non gli impediscono di salire. Quando l’antenato occupa tutto lo spazio interiore e la casa quarta divora il Medio Cielo, e il passato familiare diventa più importante della vocazione, allora la genealogia smette di guarire e comincia a trattenere.

Per questo i versi attribuiti ad Alda Merini entrano qui come una piccola rivelazione:
“Anima mia che metti le ali
e sei un bruco possente
ti fa meno male l’oblio
che questo cerchio di velo.”
In queste parole vi è una dottrina della metamorfosi. Il bruco possente conosce la terra, conosce il peso, conosce la lentezza ma proprio perché sta mettendo le ali deve accettare una forma di oblio: non quello di chi cancella ciò che è stato, ma l’oblio sacro di chi non permette al passato di impedire la trasformazione; difatti, esiste un punto in cui continuare a nominare la ferita diventa un modo raffinato per non guarire. L’astrologia più alta non accompagna questo passaggio e ti dice: : guarda la tua ferita, ma non farne il tuo nome o ancora guarda la tua genealogia, ma non confondere il passato con le immense possibilità del futuro che offre sempre un cammino da seguire.
Il nostro tempo ama il dolore perché il dolore offre un’identità immediata: dire “sono ferito” sembra più facile che dire “sono chiamato”. Ovviamente, perché la ferita dà una storia già pronta e tutti sappiamo bene che la vocazione domanda coraggio e il Medio Cielo invita a entrare nell’aria più sottile della propria destinazione. Forse per questo molte anime restano bruchi possenti pur avendo già le ali, continuando a raccontare la terra: hanno già davanti una cima, ma tornano nella caverna dell’origine, perché la sofferenza conosciuta spaventa meno della libertà sconosciuta.
Eppure nessuna astrologia dovrebbe dimenticare che il cielo non serve soltanto a spiegare il dolore. Serve a ricordare all’uomo che può alzarsi, che quel cerchio pieno di pianeti non è il certificato delle nostre lesioni, ma il disegno segreto della nostra possibilità. La felicità comincia quando smettiamo di chiedere al passato il permesso di vivere e come racconta la Merini , comincia quando il bruco non deve più giustificare le ali davanti alla terra; allora il male passato può finalmente riposare e il male futuro perde il suo potere, e così l’anima, senza tradire ciò che è stata, si concede finalmente il diritto di diventare farfalla. L’uomo infelice vive tra due fantasmi: ciò che è stato e ciò che potrebbe accadere ma noi dobbiamo tornare al centro della nostra vita.
Una parte dell’astrologia contemporanea rischia di tradire questa sapienza e il rischio nasce quando questi strumenti, invece di aprire una porta, diventano un labirinto alla ricerca del trauma, fino a trasformare il tema natale in un tribunale del dolore dove ogni simbolo deve confessare una colpa.
Così l’astrologia smette di essere cielo e diventa scavo eterno un po’ annodato, non si guarda più la volta stellata, ma soltanto la terra rimossa e ogni pianeta diventa un testimone del trauma, soprattutto Chirone, che dovrebbe indicare il punto in cui la ferita può diventare medicina, viene spesso ridotto a una cicatrice da contemplare senza fine, come se l’anima dovesse inginocchiarsi per sempre davanti al luogo in cui è stata colpita ma credetemi, Chirone non è il santo patrono dell’autocommiserazione.
Anche il karma, o l’indagine astrogenealogica, diventano una gabbia e invece di essere una legge di responsabilità e di evoluzione, si trasformano in un racconto cupo dove ogni sofferenza sembra avere una colpa remota.
Quando ho scelto il motto dell’accademia astrea, mi sono fermata alla celebre esortazione di Apollinaire, “ e’ ora di riaccender le stelle” soprattuttp quelle interiori, non di restare curvi sulla terra, come se aveste paura del cielo.
