
l’astrologia come disciplina radicale dell’uguaglianza
Fra qualche giorno si terrà il gay pride, luogo dove sogno di andare con un carro all’insegna della libertà, perché c’è una verità dell’astrologia che raramente viene detta con la forza che meriterebbe: il tema natale è forse una delle forme più alte e più silenziose di uguaglianza simbolica apparse nella storia del pensiero umano. Davanti a una carta astrologica, l’essere umano perde tutto ciò che il mondo considera primario: non sappiamo se sia maschio o femmina, e nemmeno se ami uomini, donne, entrambi o nessuno. Non sappiamo se si riconosca nel corpo ricevuto alla nascita o se abbia dovuto attraversare una lunga guerra interiore per potersi nominare. Non sappiamo se sia bianco, nero, asiatico o nordico. Non sappiamo nulla di ciò che la società guarda per prima.
Davanti al cielo siamo tutti un cerchio ed è proprio qui che l’astrologia mostra la sua grandezza.
Il fatto che non indichi il sesso biologico non è una mancanza tecnica dell’astrologia, ma una dichiarazione metafisica. Come se il cielo, nel momento in cui imprime la sua firma sull’esistenza, dicesse: questo dettaglio non è importante. La tua anima non viene definita dal corpo che indossa, né dall’etichetta che il mondo le assegna. Pensateci: un tema natale ci dice davvero moltissimo di una vita, ma non questo. Non ci dice se la persona che abbiamo davanti cammina nel mondo con un corpo maschile o femminile, non parte da queste categorie anzi le ignora con una grandezza che dovrebbe farci riflettere. Questa non è una mancanza dell’astrologia. È la sua rivelazione.
Per il cosmo, le definizioni sociali contano zero, siamo tutti uguali di fronte alle stelle che ci sorridono nella notte, quando le vediamo meglio, perché davvero nel silenzio e nel buio delle ore senza luce è più facile cogliere il sussurro del sacro; che con il suo soffio ci ricorda che siamo solo noi umani a ritenere significativo la nostra adesione allo stereotipo o meno.
Tutte le discipline umane, in un modo o nell’altro, finiscono spesso per partire da ciò che appare. La medicina vede il corpo, la sociologia osserva il gruppo, la storia registra le appartenenze. La politica organizza identità, diritti, e anche la tanto amata psicologia, pur entrando nelle profondità dell’individuo, non può evitare di incontrare il sesso, il genere, la cultura, la razza, il contesto. L’astrologia invece da sempre guarda l’essere umano prima della sua etichetta e lo guarda come struttura simbolica della relazione tra cielo e tempo, In questo senso è profondamente antirazzista, antiomofoba, antisessista, perché non fonda mai l’identità sul dato che il mondo utilizza.
Questo rende l’astrologia una disciplina sociale nel senso più profondo del termine. Non sociale perché segue le mode del linguaggio contemporaneo, ma perché smaschera alla radice l’arbitrarietà delle discriminazioni. Se il cielo non mi dice di che sesso sei, se non mi dice chi ami, se non mi dice che colore ha la tua pelle, allora significa che questi elementi non sono importanti, punto. La tua anima è altrove. È nella qualità del tuo Sole, nella memoria della tua Luna, nel modo in cui Venere desidera, Marte combatte, Saturno costruisce, Urano libera, Nettuno dissolve, Plutone trasforma.
Certo, qualcuno potrebbe obiettare che alcune configurazioni astrologiche sembrano indicare una distanza dallo stereotipo vigente. Urano, in particolare, può parlare di eccentricità, rottura, disobbedienza, diversità rispetto al codice sociale dominante. Ma se questo significhi appartenere al mondo lgbtqia+ oppure semplicemente eccitarsi solo vestito da pulcino pio o da batman che si lancia dal comò, non lo sapremo mai.
Il tema natale fa qualcosa che quasi nessuna disciplina osa fare: parla dell’essere umano ignorando ciò che tutti considerano primario. Nessuno, davvero nessuno, parla degli esseri umani senza partire almeno in parte dal corpo, dal sesso, dalla provenienza, dal colore. L’astrologia sì. E proprio per questo può arrivare più vicino al mistero: perché non viene distratta dalle convenzioni sociali.
Nel tema natale siamo tutti uguali non perché siamo tutti identici, ma perché siamo tutti ugualmente complessi. Ognuno diventa una combinazione irripetibile di simboli. Questa è la vera rivoluzione del cerchio. Il tema natale non appiattisce l’essere umano, ma lo sottrae alla violenza delle classificazioni, e forse è anche per questo mio sentire la profonda libertà di pensiero dell’astrologia, che detesto i manuali che elencano pianeti e case come etichette da appiccicare al tema: come si fa studiare gli astri mettendo definizioni precotte ( quasi sempre limitanti inoltre per l’interpretazione) proprio alla disciplina che rifiuta stereotipi e giudizi aprioristici?
Forse per questo l’astrologia fa paura ai sistemi rigidi. Perché il suo linguaggio profondo non conferma le gerarchie esteriori. Può mostrare un’anima regale in un corpo disprezzato dalla società e può mostrare destino dove la norma vede deviazione
Il Gay Pride, visto così, non è soltanto una festa dei diritti. È una liturgia della visibilità. È il momento in cui ciò che è stato nascosto, deriso, attraversa la città e dice: io esisto.
Ma l’astrologia aggiunge qualcosa di ancora più sottile: non solo io esisto, ma io esisto dentro un disegno più grande delle vostre categorie. Il cielo non mi ha sbagliato bensì mi ha consegnato una mappa, e quella mappa non contiene la vostra paura del diverso.
E allora, in onore del Pride, dovremmo forse dire questo: l’astrologia non è soltanto una disciplina simbolica, ma una grande scuola di antidiscriminazione. Perché ci educa a guardare l’altro senza partire dalla pelle, dal sesso, dall’orientamento, dal ruolo, sa che ciascuno è un cerchio celeste.
Lasciatemi concludere con una citazione dall’Orland di Virginia Woolf: “Le biografie dovrebbero essere basate sull’idea che ciò che ci definisce non sono i vestiti che indossiamo, ma la natura della mente e del cuore.”


