
L’astrologia come lingua della cultura
Un antico proverbio cinese recita: Il cielo è ovunque, comincia ai tuoi piedi.
L’astrologia, da quando ero ragazza, si è manifestata a me come un linguaggio vivente, un canto segreto che vibra tra le pieghe del reale, un ponte tra l’uomo e l’infinito.
Dopo otto anni di gestione della mia accademia e quasi duecento interviste fatte nei festival per celebrarla, ho compreso che essa, se vuole tornare a brillare al centro della coscienza culturale, deve uscire dalla propria solitudine e cominciare a dialogare. Non un dialogo di circostanza, ma un incontro profondo con tutto ciò che nella storia umana si è fatto arte, pensiero, anima. Dobbiamo intessere una trama sottile che leghi l’astrologia alle altre forme di espressione del sacro, alle religioni, alla filosofia, alla letteratura, alla pittura, alla musica; solo così essa potrà tornare a occupare quel posto d’onore che le spetta nella cultura degli uomini, non come superstizione, ma come strumento di conoscenza, evoluzione e verità interiore.
I miei pensieri spesso vanno a come contribuire alla diffusione della nostra amata arte, e la fondazione dell’Accademia Astrea è stato un primo grando passo, ma parlando con sacerdoti di ogni religione, studiosi, esoteristi, operatori del mondo olistico, comprendo che essa può e deve diventare l’anello di congiunzione di tutto il mondo di pensiero, e non solo quello delle scienze alternative.
Non possiamo più permetterci di considerare l’astrologia come un’isola a sé stante, separata dal vasto arcipelago del sapere. Non possiamo rinchiuderla in un recinto di antiche pratiche e simboli muti. “Tutto è in tutto”, scriveva Ermete Trismegisto, e così deve essere per noi. L’astrologia è un frammento del tutto, e solo in rapporto con il tutto può ritrovare il suo respiro cosmico, il suo ruolo di guida nell’infinita ricerca umana del senso. Esiste un destino che ci trascende, una danza cosmica in cui siamo immersi, e l’astrologia, con il suo linguaggio simbolico, ci permette di ascoltare, di sentire questo ritmo ancestrale.
Penso a quando Carl Gustav Jung, uno dei più grandi esploratori dell’anima, scrisse: “L’astrologia rappresenta la somma di tutte le conoscenze psicologiche dell’antichità”. In queste parole si cela un suggerimento profondo: l’astrologia non parla solo delle stelle, ma di noi stessi, di quel dialogo incessante tra l’interiorità dell’essere umano e l’immensità del cosmo. Non si può comprendere l’astrologia senza comprendere l’uomo, la sua anima, i suoi tormenti, i suoi desideri. Essa è, come la poesia o la musica, uno specchio in cui ci riflettiamo e ci scopriamo più vasti di ciò che credevamo. Ma questo specchio non può restare fermo: deve accogliere le sfumature di ogni forma di cultura, deve farsi permeabile alle altre arti, alle altre discipline spirituali.
Se guardiamo la letteratura, per esempio, ci accorgiamo che il respiro delle stelle è già presente tra le righe di tanti autori. Mi viene in mente Italo Calvino, che nelle sue Lezioni americane ci invita a contemplare la leggerezza dell’essere come le costellazioni nel cielo: “Prendiamo le stelle come esempio. Esse sono leggere, sembrano danzare nell’infinito, eppure hanno un’influenza gravosa sul nostro destino, come fili invisibili che ci connettono a una realtà più vasta.” Non possiamo negare che, come suggerisce Calvino, esista una connessione tra le stelle e la nostra umanità, tra l’alto e il basso. Le stelle non sono distanti, ma ci parlano, ci ricordano che facciamo parte di un tessuto universale che vibra al di là delle nostre vite quotidiane. E l’astrologia, come la letteratura, può essere uno strumento per cogliere queste vibrazioni, per tradurre in parole e simboli ciò che il nostro cuore percepisce in modo confuso.
Pensiamo anche alla musica. Gustav Mahler, uno dei più grandi compositori della modernità, diceva: “La sinfonia deve essere come il mondo, deve contenere tutto”. E così dovrebbe essere l’astrologia: un universo in cui risuona tutto ciò che l’essere umano è, pensa, sente. Le melodie celesti non sono solo note su uno spartito; sono vibrazioni cosmiche che ci attraversano, ci trasformano, ci elevano. Non possiamo, dunque, chiudere l’astrologia in una scatola stretta, ma dobbiamo lasciare che si espanda, che trovi risonanza nelle altre arti e forme di pensiero. È solo nella polifonia, nella sinfonia dei saperi, che potremo scoprire il vero potere dell’astrologia: la capacità di farci sentire parte di un tutto più grande, di un destino comune.
Le religioni, a loro volta, non sono mondi separati dal nostro, ma possibilità di connessione. La preghiera, il mito, la meditazione sono altri linguaggi attraverso cui l’uomo cerca di comunicare con il divino, e l’astrologia può essere uno di questi linguaggi. Se guardiamo con occhi limpidi, possiamo vedere che non esiste una vera contraddizione tra l’astrologia e le grandi tradizioni spirituali. Anche San Tommaso d’Aquino parlava dell’influenza delle stelle come di un mistero divino, e Sant’Agostino ammetteva che i cieli potevano rivelare verità profonde sull’anima umana, pur mettendo in guardia dal pericolo di considerare le stelle come responsabili del destino. È dunque possibile immaginare un’astrologia che dialoghi con la religione, non in opposizione, ma in collaborazione, come strumento di ricerca spirituale.
Resta, infine, il cuore di questa riflessione: il dialogo come mezzo per non morire. Se restiamo isolati, se l’astrologia si rinchiude nei suoi antichi schemi, rischiamo di spegnere il suo fuoco. Ma se siamo capaci di tessere un dialogo, di aprirci al mondo, alle altre forme di sapere, essa potrà tornare a essere ciò che è sempre stata: un faro nell’oscurità, un richiamo al nostro essere più profondo, un viaggio verso l’autocomprensione e la trascendenza. Come disse Rainer Maria Rilke, “Viviamo qui per perdere noi stessi nelle stelle”. Queste parole racchiudono un messaggio potente: le stelle, e con esse l’astrologia, non ci dicono semplicemente chi siamo, ma ci spingono oltre, ci chiamano a perdersi per ritrovarsi, a riconoscere la vastità che ci abita e che abitiamo.
Ecco perché da ora in avanti, sempre maggiori saranno le attività che portino ad una sana e proficua interculturalità, sia nelle interviste che nelle proposte formative, voglio aprirmi all’immensità della cultura con e tramite il linguaggio astrologico; “Non smetteremo mai di esplorare, e la fine di tutte le nostre esplorazioni sarà arrivare dove siamo partiti e conoscere quel luogo per la prima volta.” – T.S. Eliot


