
CASA SECONDA CIBO DEL CORPO, CASA NONA CIBO DELLO SPIRITO
Nel cosmo ordinato del tema natale, che è figura e simbolo dell’essere, specchio del microcosmo umano nel macrocosmo celeste, la Seconda e la Nona Casa si ergono come archetipi nutritivi, due modalità di alimentazione che corrispondono a due aspetti radicali dell’incarnazione: il corpo e l’anima, la sostanza e il senso, la sopravvivenza e la salvezza.
La Seconda Casa, che nella disposizione zodiacale naturale corrisponde al segno del Toro, trova la sua dignità nella terra fertile e nei beni che si possono toccare, assaporare, accumulare, difendere; è casa del valore e del possesso, del cibo fisico e del denaro che consente di procurarselo, ma in una lettura più iniziatica essa rappresenta la nostra capacità di riconoscere nel nutrimento materiale la dignità di un sacramento. Il cibo del corpo è dunque qui emblema di radicamento, di incarnazione consapevole, e non a caso la dottrina pitagorica raccomandava che ogni pasto fosse preceduto da una lode al Sole e seguito dal silenzio, affinché il nutrimento non fosse atto bruto ma gesto rituale. Plotino scrisse nelle Enneadi che “l’anima, discesa nel corpo, si lega a esso come l’amante alla sua ombra: in ogni boccone, se è presente l’anima, si trova un’eco dell’Idea”, e così anche la Seconda Casa, se vissuta pienamente, non è solo desiderio di conservazione ma invocazione di pienezza, perché la fame non è mai solo fame.
È la sede astrologica del pane quotidiano, dell’olio sul capo e del corpo che gode e desidera essere mantenuto, accudito, protetto; è la casa del gusto, della sazietà e delle scorte, del frutto raccolto e dei granai pieni, come ben sintetizza l’antica massima “ubi panis, ibi patria”. Patria che viene superata nella casa nona, dove ci si allontana dalla sicurezza domestica per esplorare l’infinito.
L’atto del mangiare è, nelle parole di Jean-Louis Chrétien, “una confessione ontologica: io ho bisogno di ciò che è altro da me per continuare a essere” e in ciò risuona il simbolismo della Seconda Casa come luogo di dipendenza primordiale dal mondo, come eco astrologica del cordone ombelicale che ci nutrì nella placenta cosmica.
La materia è qui madre, ed è la madre che ci dà da mangiare per la prima volta, gesto di amore che resta inscritto nella memoria profonda dell’essere. Ma nel suo volto inferiore, questa casa può diventare anche la trappola del desiderio, la prigione del bisogno, come avverte Luc Bigé: “ogni eccesso di radicamento si fa ossessione, e la materia nutritiva si muta in materia predatoria”.
È qui che interviene, come orizzonte necessario, la Nona Casa, la cui funzione non è opporsi alla materia, ma sublimarla, orientarla, restituirle il suo volto celeste. Casa del Sagittario e di Giove, ma anche dei pellegrini, dei poeti, dei filosofi e dei santi, la Nona è il luogo in cui si ricerca il significato e si offre all’anima un altro tipo di cibo: il cibo dell’invisibile, il pasto dell’intelletto ispirato, la sostanza delle visioni.
Nella “Philosophia perennis” si dice che “la sapienza è l’unico pane che sazia senza appesantire”, e così la Nona Casa diventa il locus teologico del tema, lo spazio dove l’essere umano si interroga sul senso, sul destino, sulla legge superiore. Secondo Elémire Zolla “la vera fame dell’uomo moderno non è più fame di pane, ma fame di senso”, e questa affermazione ci restituisce con forza la natura ontologica della Nona Casa: essa nutre non il corpo che chiede riposo, ma l’anima che arde di domande. In essa troviamo i viaggi iniziatici, le grandi fughe da sé, i riti di passaggio e le altezze delle dottrine sapienziali, e l’astrologo spirituale vi riconosce il punto del tema natale in cui l’individuo smette di chiedere “quanto possiedo?” per cominciare a domandarsi “chi sono, perché sono qui?”.
Giamblico affermava che “l’anima si nutre dell’intelletto divino come l’occhio si nutre della luce”, e nella sua Dottrina degli Dei rileggeva l’atto conoscitivo come atto di assimilazione: in questo senso la Nona Casa non è solo casa della religione e della filosofia, ma anche del cibo simbolico che trasforma l’essere umano in creatura pensante, capace di elevarsi. In molte tradizioni iniziatiche, il passaggio dalla Seconda alla Nona Casa avviene attraverso il rito del digiuno: sospendere il cibo del corpo per ascoltare la fame dell’anima.
Nell’Islam il Ramadan non è solo astensione, ma apertura alla rivelazione; nella mistica cristiana, il digiuno precede sempre l’apparizione; nella Kabbalah il corpo svuotato è ricettacolo dello Shekhinah.
Lisa Morpurgo, nelle sue tavole di simbologia astrologica, annotava che “la Seconda Casa regge il cibo solido, la Nona l’alimento spirituale: il pane e la parola”, e aggiungeva che “là dove la Seconda chiede sicurezza, la Nona offre apertura; dove l’una vuole conservare, l’altra invita a rischiare; dove l’una teme la perdita, l’altra abbraccia l’infinito”.
In questa tensione si manifesta la grande alchimia della coscienza: solo quando il corpo è sufficientemente nutrito da non temere la morte, l’anima può prendere il largo verso i mondi superiori. Eppure l’evoluzione dell’essere umano non può prescindere da nessuna delle due: come insegna Raimon Panikkar “non si giunge al divino contro il corpo, ma attraverso il corpo, e ogni esperienza spirituale che non si incarni è mera illusione”.
La Seconda Casa offre dunque la base, il tempio di carne, il sostegno solido senza cui lo spirito precipita; ma la Nona offre il cielo, la stella da seguire, la direzione che impedisce al possesso di farsi prigione. In alcuni temi natali, si trova un dialogo diretto fra queste due case: un trigono Giove-Venere racconta di un individuo che sa trasformare la bellezza in significato, il piacere in arte sacra; un’opposizione tra Marte e Nettuno può invece segnalare la lotta fra la brama materiale e la fede, fra la sicurezza e l’abbandono, fra l’avidità e il sacrificio.
In molte biografie esemplari, l’evoluzione spirituale comincia proprio da un crollo della sicurezza materiale: Simone Weil, nel lasciare ogni bene e nutrirsi come gli operai, trova nella fame una via per l’estasi; San Francesco, spogliato di tutto, si nutre della parola divina fino a diventare parola egli stesso; Etty Hillesum, nel diario scritto mentre i suoi beni le vengono sottratti uno a uno, annota: “più mi svuoto, più sento dentro un canto che non è mio, ma che mi nutre più del pane”. In tutti questi esempi, la Seconda Casa è purificata, e la Nona trasfigurata, in un equilibrio che non nega la materia ma la santifica, e non separa l’anima dal corpo ma li fa danzare insieme.
D’altronde, come ricordava il teosofo Max Heindel, “lo spirito deve imparare a mangiare la materia e a essere mangiato dall’idea”, e in questa reciprocità si coglie il senso ultimo del cammino astrologico: integrare ciò che nutre e ciò che eleva, ciò che trattiene e ciò che libera, ciò che si mastica e ciò che si contempla. La Seconda Casa ci ricorda che siamo creature che mangiano, la Nona che siamo anche creature che pregano, e solo nella compresenza di queste due nature possiamo dirci completi.



2 Comments
Qs articolo mi commuove, con che raffinatezza e sentimento e conoscenza, Amata racconta l incarnazione nella culla della materia e l evoluzione dell umano nel suo essere corpo e anima, cielo e terra
sono davvero commossa e grata di tanto apprezzamento