
AMMALARSI È COME SALPARE
Ammalarsi è come salpare su un vascello senza capitano, che scivola in acque dense e oscure dove non esiste approdo certo, e solo allora si coglie il vero volto di Nettuno, signore degli abissi, sovrano invisibile che governa ciò che sfugge al controllo e alla misura.
Da anni studio i pianeti e i loro domini, ho meditato sui simboli, interrogato i testi antichi e moderni, ma soltanto dopo aver varcato la soglia di una settimana in terapia intensiva e oltre un mese di degenza ho compreso perché gli astrologi attribuiscano a Nettuno, Pesci e Casa XII il regno della dissolvenza, degli ospedali, dei farmaci, della sofferenza e del trapasso.
Non è convenzione libresca, non è metafora lontana: è esperienza concreta che plasma carne e coscienza, come mare che non lascia scampo. Gli ospedali sono i templi silenziosi di Nettuno, luoghi dove il tempo non scorre ma si dissolve, dove la vita e la morte convivono fianco a fianco come due rive di uno stesso oceano, e ogni stanza è insieme prigione e grembo. I corridoi interminabili sono linee d’orizzonte senza fine, e i letti allineati ricordano imbarcazioni sospese, gusci fragili che attraversano l’invisibile. La terapia intensiva, con i suoi monitor e i suoi suoni meccanici, è la rappresentazione vivente dell’immersione nettuniana: qui la coscienza si frantuma, si riduce a bagliori intermittenti, a sospensioni di respiro affidate alle macchine, a liquidi che scorrono silenziosi nelle vene come maree interiori.
Ho compreso allora che la flebo è il sacramento di Nettuno: non simbolo astratto dell’inconscio, ma fluido reale che invade, che sostiene, che trasforma il corpo in un recipiente aperto alle correnti. La medicina, sotto questo aspetto, non è mai soltanto scienza: è acqua che guarisce e che ricorda la nostra dipendenza dal mare originario.
Nettuno governa il dolore non perché lo infligga, ma perché lo dissolve in un oceano che annulla l’individualità. In quei giorni interminabili di degenza ho sentito la mia identità rarefarsi: ero meno “io” e più parte di un coro silenzioso, simile ai malati accanto, fratelli e sorelle di sofferenza. La malattia, in chiave nettuniana, è una marea che abbatte le barriere, che scioglie le differenze, che rende uguali i corpi e le anime davanti all’abisso.
Forse per questo l’astrologia attribuisce a Nettuno anche la compassione: ciò che resta, quando ogni altro appiglio è tolto, è il gesto gratuito dell’altro, il sorriso che accompagna, la parola che consola, la vicinanza che illumina il buio. Ho incontrato esseri straordinari in quel viaggio: infermieri e medici che sembravano marinai di un equipaggio invisibile, compagni di corsia che, pur spezzati dalla sofferenza, rivelavano lampi di umanità sconfinata. E in questo riconosco ancora Nettuno, che non è solo perdita e disfacimento, ma anche dissoluzione dell’ego in una comunione più ampia, che tocca il mistero stesso della vita.
L’ospedale è inoltre luogo del trapasso, e non a caso Nettuno regge anche la morte come discioglimento. Nei corridoi si percepisce che ogni porta può essere soglia, che ogni respiro può essere l’ultimo, che la linea che separa la veglia dall’oltre è sottile come una pellicola d’acqua. Nettuno accompagna questi passaggi, non come tiranno ma come oceano inevitabile. Capisco ora perché tanti testi esoterici lo descrivano come custode della soglia, come divinità che apre i cancelli verso l’invisibile. Nella mia esperienza ho sfiorato quella soglia, ho sentito il mare attrarmi con forza, eppure il vascello senza capitano ha continuato a navigare, seguendo una rotta invisibile che non era nelle mie mani ma che esisteva comunque, guidata da correnti più grandi.
Probabilmente, avendo Nettuno molto significativo e problematico nel tema natale, una prova nettuniana nella vita era nel mio orizzonte…
Richard Tarnas scrive che Nettuno rappresenta “l’esperienza del dissolversi dei confini e del contatto con l’infinito”, e mai come in ospedale ho sentito vera questa definizione. Ogni certezza quotidiana si dissolve: il giorno e la notte non hanno senso, il tempo è circolare, il corpo non appartiene più a se stesso ma a macchine e farmaci. Ciò che resta è un contatto con l’indefinito, con l’infinito, con quell’acqua originaria da cui veniamo e a cui ritorneremo. Liz Greene aggiunge che Nettuno è “la voce del richiamo che ci invita a superare la nostra separatezza”, e in effetti il dolore ha questa forza: annienta la barriera dell’io e ci unisce agli altri.
Il viaggio nettuniano non è solo sofferenza: è anche riemersione. Come il sub che risale lentamente per non esplodere, così il malato che torna alla vita lo fa a piccoli passi, imparando di nuovo a respirare, a camminare, a sperare. Ho percepito in me stesso questo risalire, lento e faticoso, ma portatore di nuova consapevolezza. Nettuno non restituisce mai intatti: chi rientra dal suo mare è trasformato, porta negli occhi una luce diversa, una coscienza più vasta, un’intima conoscenza della fragilità e della grandezza della vita.
Scrive Coleridge nel Rime of the Ancient Mariner: “Alone, alone, all, all alone, / Alone on a wide wide sea!”. È la voce di chi ha toccato la solitudine estrema, l’esperienza dell’oceano infinito che isola e annulla. Ma subito dopo appare l’albatros, messaggero misterioso, che nel poema è prima benedizione e poi maledizione, ma sempre segno del sacro che irrompe. Anche in ospedale, tra macchinari e sofferenze, ho visto apparire albatri umani, presenze inattese che hanno portato un soffio di speranza, una bellezza imprevista in mezzo all’oceano di dolore.
Nettuno, dunque, regge davvero ospedali, sofferenze e trapassi, perché è il dio che dissolve, che scioglie i legami della forma e ci immerge in un mare più grande.
Chiunque abbia varcato la soglia di quel mare lo sa: la malattia non è solo caduta, è viaggio in acque perigliose, immersione nel senza luce, ma anche possibilità di incontrare un oltre, di riconoscere nell’abisso la trama segreta che unisce e trasforma. E se, come astrologi, spesso pensiamo di comprendere i simboli con la mente, è soltanto quando li viviamo nella carne che essi rivelano la loro verità. Così ora so che da quelle acque oscure, se non ci inghiottono del tutto, si può riemergere trasformati, come viandanti che hanno visto l’abisso.



1 Comments
È un articolo che mi ha commosso! Davvero bellissimo, ispirato, con immagini e metafore stupende molto nettuniane.
Complimenti Amata!