
Il labirinto di Pierluca Zizzi
L’eroe entra nel labirinto alla ricerca del mostro che vi abita, in una mano la spada avvelenata che gli ha donato una giovane donna, nell’altra dipana un filo, altro dono prezioso per ritrovare l’uscita. Suo padre lo attende in patria, forse non lo rivedrà mai poiché un mostro carnivoro si nasconde tra i muri curvi nei quali sta camminando.
Odore di carne umana, oscurità, ombre insidiose e sempre più vicino si sentono i versi minacciosi di chi lo vorrebbe divorare, lo chiamano minotauro, così gli ha detto Arianna, raccontando che è il proprio fratellastro, figlio deforme e carnivoro di una madre che ha peccato contro il dio Poseidone.
Curva dopo curva, ombra dopo ombra, i passi sono incerti, tremanti; là fuori Arianna lo aspetta in lacrime per scappare insieme, verso Atene, la patria dell’eroe che risponde al nome di Teseo. Lui ha paura ma non fugge, segue il suo destino, sente con tutto se stesso la tensione, l’avventura, la fine per mano della creatura, la gloria nella quale entrerà per sempre se dovesse ucciderlo. Un urlo e all’improvviso la belva gli è addosso; lottano, si feriscono, la spada taglia, l’eroe schiva artigli, corna e denti di chi è possente ma stupido. La lama taglia e il veleno fa il suo effetto, il minotauro è a terra, morto.
Teseo riavvolge il filo, che da quel giorno prenderà il nome della bella principessa di Creta, esce dal labirinto, lei è lì, splendente, asciuga le lacrime, si baciano. Fuggono abbracciati sulla nave di chi ora è un eroe immortale. Teseo riposa e sogna la patria della quale sarà re, ma i segni non sono propizi, il dio Dioniso vuole Arianna come amante, la esige e lui la abbandona sulla sponde dell’isola di Naxos. Il dolore di lei è immenso e genererà un modo di dire perentorio che tutti conoscono… l’essere piantate in asso.
Il labirinto è stato lasciato alle spalle ma ritornano pensieri disordinati, ossessivi. All’ingresso del porto di Atene suo padre non vede le vele bianche issate sulla nave del figlio, gli aveva detto che se avesse visto vele nere avrebbe capito che Teseo era morto a Creta. Il re si suicida gettandosi dalle scogliere nel mare che prenderà da lui il nome: Egeo. Ora il figlio non è più principe ma re, non è più giovane ma un uomo, un eroe.
Il racconto che avete appena letto è tra i più noti della storia occidentale ma non si pensi che sia unico o tantomeno originale, miti simili sono presenti in ogni epoca e in tutti gli angoli della Terra. In essi uno o più viaggiatori discendono in luoghi labirintici, minacciosi, orribili e proibiti e ne escono rinnovati, sollevati da un compito difficile che li classifica come eroi e li trasforma completamente.
La discesa in posti complicati è simbolo di introspezione e di esplorazione dell’io, il corpo penetra e viene avvolto dal fenomeno del buio, della paura, della dimenticanza di ciò che viene considerato lineare, normale… è l’immagine del precipitare nel labirinto.
Perché gli eroi, maschi o femmine, hanno bisogno di questo processo? Una forza invisibile li spinge al pericolo, alla vicinanza con la morte? Probabilmente quella forza è dentro ognuno di noi ed ha la consapevolezza dirompente di chi cerca la verità, una rinnovata conoscenza che non sia razionale, figlia malata dell’io, della personalità ma di contro di una genuinità dimenticata. In questo il labirinto è, di fatto, la rappresentazione delle complicazioni mentali, è un dedalo che rapisce gli esploratori per farli perdere, per dissipare le resistenze mentali e rivelare una verità difficile da accettare: la mente razionale fallisce laddove è necessaria l’anima.
Se il corpo degli “esploratori” viaggia all’interno del proprio cervello ha bisogno di scendere, di precipitare verso lidi oscuri dove l’ego viene confuso, fatto perdere, mangiato temporaneamente dalla creatura al centro del labirinto, esso è la rappresentazione del mostro imbattibile che è facilmente sconfitto dall’anima, dallo spirito libero di chi viaggia per scoprire se stesso.
Guardare al labirinto nella storia umana è davvero istruttivo, esso era già diffuso in molte parti del mondo da millenni, o almeno svariati secoli, il che suggerisce che sia apparso in modo indipendente tra diverse civiltà preistoriche. Numerose incisioni rupestri riportano questo motivo, ma le loro datazioni risultano spesso discordanti. È possibile che i primi labirinti risalgano al Neolitico, ma è più plausibile che siano nati nell’Età del Bronzo, essi sono unicursali, ovvero composti da un percorso unico, curvo, complicato ma privo di deviazioni il cui scopo è portare chi si rapporta con essi al centro.
La forza del dedalo “classico”, così viene spesso definito, rapisce l’osservatore e lo obbliga alla spesa di tempo ed energie, esso è inserito in forme quadrate con angoli ortogonali, sposando una maggiore razionalità quasi geometrica ma con identico scopo.
Le origini del mito di Teseo e Arianna arrivano dal bacino del Mediterraneo, nel caso specifico da Creta e dal palazzo di Cnosso la cui planimetria labirintica di stanze e magazzini sono figlie di miti e soluzioni che uniscono l’esigenza di nascondere con quella di conservare e di ricordare tali leggende. Nelle case greche e romane sono talvolta presenti piccoli labirinti che paiono fondersi nei secoli con glifi e simboli celtici in un’operazione sincretica molto chiara agli studiosi di simbologia, i frutti di tale unione ci portano all’era cristiana.
Giungendo dunque al medioevo i labirinti diventano una forma più comune, per noi famosa in molte maniere, tra queste probabilmente vi è il celeberrimo labirinto di Chartres, nell’omonima cattedrale gotica. Non stupisca il trovare un simbolo di tale antichità nelle più importanti chiese cristiane, in esse la ricerca di Dio e la “cerca” spirituale (la quest in lingua inglese) somma vecchi e nuovi significati pur rafforzandoli tutti. Il fedele, sia esso un umile pellegrino, un mistico, un alto prelato o un laico, può percorrere il labirinto in preghiera, con atteggiamento di resa penitente o di chi richiede rivelazioni di fede.
Si perdoni la disquisizione personale di chi scrive ma relativamente a Chartres può essere curioso, se non utile, che io vi racconti la mia esperienza. Per due volte mi sono recato nella famosa cattedrale francese e ho percorso scalzo il labirinto, lungo 666 piedi. Ero seguito e preceduto da altri pellegrini, l’intento era studiare le energie del labirinto, di quello specifico dedalo, e di unirlo con gli influssi di uno dei luoghi con l’energia più elevata d’Europa. Ebbene giunto al centro, dopo circa quindici minuti di passi lenti e di continua concentrazione, ho avuto visioni e immagini utili alla soluzione di problemi che mi attanagliavano, con esse indicazioni sui contenuti del libro che stavo scrivendo. Nulla di razionale, speculativo, mentale, puro abbandono del noto a favore dell’ignoto e dell’apertura alla comunicazione con quanto c’è, forse, al centro del cervello.
Ciò richiede un’altra constatazione che probabilmente non è stato raccontata in precedenza, è un’osservazione intuitiva ma abbastanza sconvolgente, un labirinto curvo unicursale assomiglia ad un cervello umano visto di lato a cui siano stati separati i due emisferi, anche un dedalo come quello di Chartre sembra un cervello umano osservato dall’alto. I lettori devono ricordare che in epoche più antiche non si aveva quasi nessuna nozione di anatomia cerebrale, delle funzioni della materia grigia e dei collegamenti organici tra sistema nervoso centrale, ragionamento e biochimica umana. Dunque chi ha detto ai cacciatori-raccoglitori della prima età del bronzo che le circonvoluzioni cerebrali sono davvero ciò che nella corteccia esterna del cervello veicola i pensieri ma che nelle profondità dello stesso risiedono gli istinti e le intuizioni più primordiali e profonde? Non sarà certo questo articolo a rispondere lasciando ai lettori una ricerca di tale difficoltà.
Nonostante questo chi si occupa da millenni di “iniziazioni spirituali” ha l’esigenza di condurre la narrazione religiosa e i passi degli iniziandi in territori labirintici e una volta lì di portare alla perdita della razionalità.
Dunque urge capire che il perdersi, proprio nel senso del non sapere più dove si sia esattamente, è propedeutico all’alchimia spirituale. La mente razionale va ingannata, confusa, distorta dalle sterili certezze del ragionamento esclusivamente logico, questa è una delle condizioni indotte dal perdersi nel labirinto, nei labirinti fisici, nei simboli grafici dei dedali e in quelli più vicini all’esperienza umana del perdere temporaneamente la ragione per ritrovare un senso prima inesistente.
Il labirinto di Chartres e tutti quelli ad esso simili sono macchine per confondere il penitente in cerca di Dio, la viandante tra le nebbie del dubbio, l’iniziando che cammina attendendo la voce dello spirito a discapito degli schemi mentali preordinati. Farlo scalzi, attendendo una luce spirituale, una voce interiore, il raggio della rivelazione mistica, è la quasi certezza che essa avverrà a seguito di un pellegrinaggio oltre la ragione, probabilmente amoreggiando con l’abbandono al caos primordiale che tutto favorisce, almeno in chi non ne ha paura.
Non si dovrebbe temere il caos ma l’impossibilità di camminare oltre il noto, quello sì, dovrebbe essere fonte di apprensione poiché è la forma rigida della mente che uccide l’anima la quale non ha forme perché ha tutte le possibili forme, si può fondere e generare con il subconscio e guardare all’inconscio.
La storia umana sembra legata al concetto di luoghi separati dal mondo ordinario che conducono alla perdizione e alla discesa verso l’inconscio. Gli inferi sono sempre labirintici, complessi, complicati nelle regole e nei modi per raggiungerli, da essi è possibile uscire solo con la giusta chiave o conoscendo regole divine e umane date dalla tradizione e dalla saggezza. Un esempio poco noto è il mito di Xibalba, l’oltretomba dei popoli maya; in esso vivono creature orribili soggette al governo di dodici signori dell’inframondo. Xibalba è un luogo di dolore, martirio e tortura nel quale nessuno deve avventurarsi, esso è, di fatto, un gigantesco labirinto fatto di città, caverne, regni oscuri e di mostri assetati di sangue. I signori di questo luogo di morte e di anime malvagie sottopongono a continue prove chi vi si avventuri, siano essi spiriti di chi è stato vivo che divinità avventurose ed eroiche.
Guardiamo ai significati non immediati di questi inferi, il perdersi e l’uscirne con orrore ma anche con forza rinnovata sembra quasi essere il motivo per il quale essi esistono. Che guadagno si ha se non vi si rimane incastrati? Come il caso di Teseo è l’eroismo la nuova consapevolezza del viaggiatore, un senso tragico e magnifico di aver fatto qualcosa che solo superficialmente sembra fisico ma che richiede coraggio. Una forza che non è assenza di paura ma azione durante la massima paura di fallire.
Ecco che serve l’intuizione femminile, l’anima risvegliata nell’animus maschile, la conoscenza della vera strada animica con strumenti raffinati come una spada avvelenata, il dono di Arianna a teseo, e una matassa che ricordi chi si è davvero, dove si viene e dove si vuole ritornare sani e salvi.
Dunque l’eroe, tradizionalmente un maschio, viene salvato dalla sua parte femminile, che nei meandri delle proprie emozioni c’è già stata milioni di volte. Il mostro attende il confronto, feroce e carnivoro, simbolo dell’io mentale e razionalistico, dunque ignorante dei veri moti animici e meritevole di morte proprio al centro del labirinto – cervello.
Gli eroi uccidono quella parte bestiale di loro stessi che vogliono uccidere e di essa, talvolta, prendono qualcosa per portarlo in superficie, alla ragione. Perseo entra nell’antro di Medusa, le taglia la testa (la paura pietrificante) e la porta con sé come arma e trofeo, e come fa ad uscire da un luogo oscuro pieno di statue di eroi trasformati in roccia? Usa lo scudo specchiante per vedere l’immagine riflessa del mostro, la paura ha sempre puro terrore di se stessa e ne è vittima.
Fuori dalle proprie idee ossessive oppresse dall’ignoranza che accade? Fuori dal dedalo c’è la vita vera, il ritorno a casa, con forze rinnovate ma anche con l’abbandono degli schemi del passato. Arianna viene pretesa dalle forze istintuali divine, la divinità del delirio e del caos Dioniso. Lasciata indietro perché già dentro Teseo (tramite l’amore erotico ed emotivo benché futile), eroe ma non ancora re, egli ha bisogno di sostituire il vecchio re Egeo e lo fa senza forzare la mano, vittima di una tragedia in pieno stile greco. Egeo si butta dalla reggia e muore mentre il figlio approda ad Atene… ora che il vecchio padre è morto, il suo ingresso nell’inconscio collettivo è simboleggiato dall’affondare “la vita negli abissi marini”, il figlio lo ha dentro di sé, lo compendia, lo sostituisce sul trono, con quella strana forma di immortalità che si ha quando il genitore muore e il figlio ne prende idealmente e dolorosamente il posto.
Entrare nel labirinto è dunque un processo di individuazione, di comprensione intuitiva di parti nascoste della nostra vera essenza che ancora non abbiamo avuto la coscienza di scoprire, che forse non eravamo pronti a svelare. La parte eroica, sia maschile che femminile di noi, dunque l’azione e l’intuizione, devono discendere e salire nei dedali dell’oltre, di ogni oltre. Poi devono elaborare i tesori al centro del labirinto, digerire il mostro e trascenderlo, perdonare i suoi e i nostri peccati, che per il processo alchemico sono una trasformazione del piombo in oro. La terza fase è l’uscita verso la luce, la realizzazione cosciente del viaggio e il proporlo alla vita materiale, agli altri, come vita storicizzata, nel futuro che viene dal nuovo presente.
Molti dei lettori più attenti avranno riconosciuto in questo processo un racconto tra i più noti alla storia mondiale, quella di un poeta che a metà della vita si ritrova all’inferno con una guida che lì è già stata e che può fargli da cicerone. Il purgatorio è la metà dell’opera, la purificazione di quanto sconfitto nel labirinto satanico, animale, istintuale. Dopo i dialoghi con le anime in via di perfezionamento c’è lo svelamento del paradiso, la rivelazione del dio interiore ed esteriore, la consegna di messaggi spirituali che si possono capire solo se si abbandona ogni rigida razionalità. Il Dio e la Dea interiori ci parlano, sono noi e noi loro, ma ancora nel labirinto dell’esistere lontano dalla materia, dunque si deve tornare a rivedere le stelle, nel mondo della materia, nella vita quotidiana. Dante ritorna ad essere un umano, un uomo superiore che dopo l’inferno, il purgatorio e il paradiso ha superato le trappole dell’ego e delle paure più egoiche, almeno fino alla prossima discesa ciclica.
Non si creda che in età moderna il labirinto – cervello sia stato ignorato o sottovalutato, tutte le culture contemporanee vedono nel meccanicismo della vita odierna un labirinto intrappolante, disumano, generatore di mostri da abbattere. “Mi sento in trappola” dice spesso chi è spirituale e vede la decadenza del mondo quando è lontano dalla spiritualità vera, agita e ricercata. Nel cinema e nella letteratura fantastica, come nell’arte e nell’architettura i labirinti sono sempre più presenti, sia in forma di monito che di realtà strutturale. La donna e l’uomo moderno ne vedono i minotauri che vi vivono al centro, li chiamano odio, solitudine, materialismo, depressione e mille altre mostruosità antiche e certamente future.
Le discipline olistiche sono le spade avvelenate per discendere nel nostro cervello alla ricerca di quell’oro alchemico che può essere recuperato uccidendo, almeno in parte, l’ego, la bestialità priva di ponderatezza, il tempo vissuto senza amore.
Se un filo rosso esiste si deve afferrare il dono del femminile e discendere dentro il dedalo che spesso abbiamo contribuito a creare e che sempre abbiamo il potere di esplorare e risolvere.
Buona avventura a tutti.


