
CASA SECONDA E CASA DODICESIMA, QUELLO CHE ACCUMULI, QUELLO CHE LASCI ANDARE
La seconda e la dodicesima casa si fronteggiano nello zodiaco come due estremi inconciliabili eppure intimamente legati, due poli che disegnano la parabola del nostro rapporto con il mondo visibile e quello invisibile, con ciò che stringiamo tra le mani e con ciò che inevitabilmente sfugge, con ciò che accumuliamo come se fosse eterno e con ciò che la vita ci chiede infine di restituire.
La seconda casa è tradizionalmente il luogo dei beni, del denaro, della sicurezza materiale, del cibo e del corpo stesso, ed è quindi la dimora dell’elemento terra nella sua forma più tangibile, là dove la coscienza si misura con la necessità di radicarsi, di nutrirsi, di stabilire un fondamento.
Lisa Morpurgo avvertiva che “la seconda casa è la rappresentazione del possesso come fondamento dell’essere, ma anche come illusione di eternità,” perché ciò che crediamo di avere lo custodiamo solo in prestito, come viandanti temporanei. Qui si forgia l’identità attraverso le risorse, qui il mio diventa cemento dell’io. Ma l’ombra è vicina: il rischio è quello di confondere l’essere con l’avere, di illudersi che la solidità dei beni coincida con la solidità interiore. Dane Rudhyar ammoniva che “le case di terra ancorano l’io al mondo delle forme, ma rischiano di fossilizzarlo se non vengono trasfigurate dalla dimensione spirituale,” e mai come in seconda casa il pericolo del possesso sterile si fa vertigine.
All’estremo opposto, la dodicesima casa spalanca le porte della dissoluzione: qui non si trattiene nulla, qui si sperimenta la resa dei conti con il vuoto, con l’evidenza che nulla ci appartiene davvero. Non a caso gli antichi la collegavano a prigioni, ospedali, luoghi d’esilio e nemici invisibili, ossia tutti quegli spazi dove l’io perde controllo e possesso, venendo consegnato a forze che lo trascendono. Howard Sasportas la descriveva come “il campo di ciò che non possiamo possedere, il luogo in cui l’io deve arrendersi e lasciarsi portare da correnti più grandi,” ed è proprio questa la sua essenza: l’esperienza della perdita che diventa apertura al mistero. Qui ogni accumulo trova la sua inevitabile dispersione, ogni muro eretto dalla seconda si sfalda, ogni identità costruita deve arrendersi al richiamo dell’oceano impersonale.
E tuttavia non si tratta di un semplice contrasto tra avere e non avere: l’asse seconda-dodicesima è un respiro cosmico, un continuo oscillare fra radicamento e abbandono, fra costruzione e dissoluzione. Liz Greene lo ha espresso con limpidezza: “ogni esperienza di perdita è anche un ritorno a una verità più profonda, ossia che nulla ci appartiene se non la capacità di amare e di trasformarci.” La dodicesima non annulla la seconda, la redime, la trasfigura, mostrando che ciò che accumuliamo non è fine a se stesso ma preparazione al lasciar andare.
La seconda casa diventa allora scuola di radicamento, di difesa del corpo e della salute, di riconoscimento della concretezza e del valore della materia. La dodicesima diventa scuola di rinuncia, di liberazione dal possesso, di resa all’invisibile. Richard Tarnas ha scritto che “l’uomo sperimenta il senso più alto dell’esistenza non quando conquista, ma quando si arrende a ciò che lo trascende,” e questa resa è il cuore pulsante della dodicesima, che risuona con i mistici medievali: Meister Eckhart, con il suo Gelassenheit, parlava del lasciar andare come via alla liberazione, e quella via è qui inscritta nel cielo stesso.
Non è dunque un dualismo irriducibile, ma un ciclo necessario: senza la concretezza della seconda la dodicesima si ridurrebbe a fuga sterile; senza la dissoluzione della dodicesima la seconda sarebbe una prigione di pietra. In questa danza l’uomo impara a custodire senza aggrapparsi, ad accumulare senza dimenticare che ogni bene è destinato al ritorno, ad amare ciò che ha sapendo che non gli appartiene. James Hillman ricordava che “la perdita non è una condanna ma un archetipo, una figura che appartiene all’anima,” e in questo archetipo riconosciamo la funzione della dodicesima come necessità interiore.
Il corpo stesso, primo possesso della seconda casa, trova nella dodicesima il suo compimento: ciò che è stato nutrito, curato e difeso si scioglie, ritorna alla terra o all’acqua, senza che questo debba significare tragedia, ma piuttosto compimento. Morpurgo osservava che “le case opposte non si contraddicono, ma si rispecchiano,” e in questo specchio l’asse seconda-dodicesima ci insegna la verità del vivere: si cresce accumulando, si fiorisce donando, si compie la vita lasciando andare.
Così ciò che tratteniamo non va disprezzato: è il nutrimento che ci radica e ci permette di vivere pienamente. E ciò che lasciamo andare non va temuto: è la porta attraverso la quale si spalanca la libertà dell’anima. Nell’arco fra possesso e rinuncia, fra radicamento e dissoluzione, si cela il segreto stesso dell’esistenza: imparare a tenere senza stringere, ad amare senza possedere, a costruire sapendo che ogni costruzione è già un ponte verso l’invisibile.



4 Comments
Un articolo colmo di poesia , che ci insegna ad accettare la nostra imperturbabilità e quella delle nostre azioni in questa vita! Materia che trascende e, se il percorso è ad hoc… si arriva ad essere liberi per sempre🙏💎💎💎💝Grazie Amata
grazie cara
grazie ancora
ancora e sempre grata della tua partecipazione