Indietro

Plutone, ladro di ali – una riflessione sul femminicidio

Un giorno, avrò avuto vent’anni, mio padre, un insegnante elementare per 46 anni e uomo d’altri tempi, con un profondo e radicato senso dell’onore e della giustizia, mi chiese di cercare sull’enciclopedia (si, all’epoca si sfogliavano pagine per avere informazioni) il nome di due uomini a me ignoti. Scoprii trattarsi di due aviatori italiani che persero la vita per la patria.

Chiesi a mio padre perché volesse saperlo, e dato che era intenzionato a parlarne l’indomani alla classe di quinta elementare, gli dissi che a mio avviso erano concetti troppo sofisticati per dei bimbi. Lui mi rispose: “e se non ricordiamo chi ha dato la vita per la patria e la libertà, chi vogliamo ricordare?”

Mi rimase molto impresso il commento di quell’uomo che mi ha dato poche lezioni di vita, ma tutte che mi hanno forgiata profondamente. Ma soprattutto, a valutare oggi, mi ha insegnato la potenza del ricordo, della citazione.

È per questo che non scrivo mai articoli sui fatti di cronaca: si finisce con il dare all’assassino proprio quello che cerca: il dominio. Delle persone, poi dei media.

Se fosse per me, il nome e il volto dell’assassino verrebbero oscurati da qualunque forma di comunicazione: altro che interviste a genitori, vicini, al parroco che lo ricorda giovanetto. Le iniziali bastano e avanzano. Perché tutta l’attenzione al “mostro” non fa che nutrire l’ego di questo soggetto.

Gli assassini, soprattutto di giovani donne, non compiono questi atti per gelosia o per insanità mentale, ma per desiderio di dominio. E vedersi con la faccia e le gesta su tutti i canali e media non fa che corroborare la sua felicità di essere un dio.

Ricordate che uno del gruppo di assalitori palermitani era un minorenne inviato in comunità? Il giorno dopo era sui social a scrivere “visto come sono famoso”.

Perché mio padre aveva ragione: il ricordo è importante, e noi gli stiamo dando proprio ciò che volevano: l’immortalità del web, e della cronaca. Il nome scolpito nella memoria collettiva. Non va bene.

Invece, sarebbe bello che si parlasse solo della vittima. Il suo nome, foto, amici, funerale, fiaccolate, marce di intere comunità solo per ricordare e scolpire il nome della vittima in quell’ anima collettiva che siamo tutti noi. L’assassino dovrebbe constatare che del suo gesto, di lui, non c’è traccia negli annali della notorietà, che è servito solo a rendere la vittima una divinità adorata da tutti.

Questa sarebbe la giusta punizione, perché la televisione e i giornali arrivano anche in galera.

Questa incredibile escalation di violenza di genere nasce, astrologicamente parlando, dal cattivo aspetto di Plutone in capricorno, rispetto a due dei segni più femminili dello zodiaco: cancro e bilancia. La moglie madre che ha la gestazione, l’allattamento, la cura della prole, e la donna bella, sensuale, oggetto di desiderio, portatrice di armonia. Plutone nel segno del patriarcato, di saturno, del potere esercitato in modo assoluto, si è posto come antagonista a questi valori, sfociando ovviamente nel morboso, immorale e criminale animo nero, lato ombra di questo pianeta.

Guarda caso, il cancro è anche il segno del ricordo, del passato, delle radici, di ciò che non potrà mai essere cancellato, ma solo superato; di cosa merita di rimanere nella nostra storia. E ci urla di non dimenticare Giulia, tutte le Giulie. E di lasciare nell’oblio tutto il resto.

Concludo con una citazione da un grandissimo romanzo, Game of Thrones, nella sua versione cinematografica: è Sansa che parla, la futura regina del nord, e si rivolge al marito sadico mentre è annientato dai pugni del fratello, dalla perdita della battaglia, legato ad una sedia alla portata di cani affamati che stanno per sbranarlo, con le parole più giuste e violente per un uomo violento: “il tuo nome scomparirà, la tua casata scomparirà, la memoria di te scomparirà.”

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo!

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *